Argentera cima sud
Giorno 1
Risaliamo la valle Gesso seguendo la sterrata che ci porta al parcheggio di partenza, dove già splende il sole e la temperatura è mitigata dai suoi raggi. Mettiamo gli scarponi, ci carichiamo degli zaini e ci avviamo per quel bel sentiero che serpeggia tra radi pini e copiosi ciuffi d'erba. È una strana sensazione quella di percorrere la stessa traccia di quasi un anno fa: sulle spalle ho più esperienze, sulla pelle nuove cicatrici; sono cambiate molte cose eppure questa valle è rimasta immutata nei suoi colori, nel modo in cui il vento accarezza le nuvole, nei suoi gridi di marmotte. E, questo forse, cancella ogni distanza che mi separava dai particolari di questo luogo. Saliamo senza fatica e l'ingannevole vista del rifugio ci trae in inganno anche questa volta: lo si scorge quasi dalla partenza ma ciò non fa diminuire il tempo che occorre a raggiungerlo. Salendo scruto la cima della Madre di Dio, che mi riporta alla mente quei bei ricordi che hanno avuto come palcoscenico le splendide rocce di quarzite.

Il rifugio Remondino
Giungiamo così al rifugio, pranziamo sulla terrazza e scorgo un minuscolo puntino bianco sulla punta rocciosa alla mia destra: è la statuetta posta in cima alla Madre di Dio. Se è vero che casa è laddove è il cuore, devo essere una vagabonda in quanto mille luoghi hanno una scheggia della mia essenza. Non c'erano che poche innocue nuvole che ora si sono addensate e in breve cala una fitta nebbia; ci allontaniamo un poco dal rifugio per ripassare la cordata in conserva, fa piuttosto freddo ma appena il candido velo si scosta a lasciare spazio a qualche tenue raggio di sole, subito la temperatura sale. Rientriamo al rifugio, sistemiamo le nostre cose nelle camerate; in tre andiamo a studiare un po' il sentiero di salita di domani: ci inoltriamo nella nebbia, saltiamo di masso in masso nella pietraia e valutiamo che la traccia da seguire è quella dal segno rosso. La nebbia si dirada un poco e ci lascia intravedere quanto ci siamo allontanati dal rifugio, quando sembravano pochi passi, scorgiamo il sentiero nel piccolo prato davanti a noi e pure la Nasta si lascia ammirare avvolta com'è in brandelli di nuvole. Il panorama ha un che di surreale, ma ho quasi l'impressione che l'aria sottile, la quasi assenza di suoni e i colori che riempiono l'ambiente mi siano familiari, come non me ne fossi mai andata e non fosse realmente passato tutto questo tempo. Rientriamo al rifugio che sono quasi le sette, ci accomodiamo a tavola per la cena. Restiamo ancora un po' in sala prima di ritirarci nelle camerate.
Giorno 2
Scendo dalla cima del letto a castello e inizio a prepararmi che sono le 5:30; andiamo in sala per la colazione e l'abbondante tazza di caffè fuga la stanchezza. Ci prepariamo, carico lo zaino della corda e usciamo nella nebbia per avviarci sul sentiero; dopo pochi metri ci dobbiamo fermare: abbiamo il primo infortunato che con nostro gran spavento è rovinato a terra. Nulla di grave ma si mette a piovere e siamo costretti a rientrare tutti in rifugio; ci confrontiamo sul da farsi e si dà per impossibile la nostra meta. Mi siedo sulle scale e provo una profonda amarezza, pensando a quanto ho atteso questo giorno, provo a consolarmi con l'idea che bisogna pur rinunciare alle volte, ma sono proprio giù di morale. Saliamo in torretta per valutare la situazione: danno miglioramenti alle otto, ma se il sole non dovesse sbucare la roccia rimarrebbe infida, pensiamo se sia il caso di salire al lago di Nasta, fare la cima Paganini o altri itinerari. Infine decidiamo di raggiungere il colle dei detriti e valutare la situazione della roccia; la possibilità, seppur vaga, di giungere in cima all'Argentera mi risolleva il morale alla velocità della luce. Ci carichiamo degli zaini e usciamo che sono passati pochi minuti dalle otto, la nebbia si sta un po' dissipando e lascia intravedere a scatti dei fazzoletti di cielo terso. Ci inoltriamo nella pietraia che attraversiamo con gran cautela visto che le rocce sono fradice e scivolose, seguiamo il sentiero che attraversa il praticello che abbiamo visto ieri e superiamo la conca detritica dai grandi massi infidi.

Attraverso la pietraia
Giungiamo così alla base del canale dei detriti, che visto dal rifugio pare talmente ripido da essere impossibile risalirlo, invece è semplicemente impegnativo. Seguiamo la traccia che sale e si contorce in innumerevoli tornanti, gli scarponi hanno molta più presa di quella che si ha nel canalino di avvicinamento per la Madre di Dio: qui infatti i detriti sono ben più stabili, sarà una differenza di frequentazione a rendere questo sentiero molto più definito. La nebbia è stata ormai vinta e la possibilità di tentare la cima si fa sempre più realistica. Facciamo qualche sosta ma tengo lo zaino sulle spalle, un po' perché l'aria fredda mi gelerebbe il sudore, un po' perché non voglio che caricandomi di nuovo del suo peso mi paia pesante come un macigno; la tecnica pare funzionare e mi abituo alla sua presenza sulla schiena quasi fosse parte di me. Arriviamo al colle dei detriti, facciamo una breve sosta per uno spuntino e per attrezzarci; dobbiamo riorganizzare le cordate visto che in tre, compreso l'infortunato, sono dovuti tornare al rifugio. Facciamo tre cordate da due e una da tre, con mio gran piacere mi si dà il compito di capocordata; ci leghiamo e ci avviamo su quel poco di sentiero che rimane prima di un breve traverso. Seguiamo la cengia che si snoda al disopra della conca nella quale ora giace una timida chiazza di neve dalla tonalità tendente al rosa.
Passo la corda nei raumer, quando ci sono, altrimenti vado avanti finché ho corda per poi fare sicura al mio compagno di cordata su uno spuntone. Se invece sono in prossimità di un raumer utilizzo un mezzo barcaiolo. Mi impongo di tenere lo sguardo sulla roccia, la mente concentrata sui movimenti da fare che, seppur semplici, con tutta la corda che ho fuori non è l'ideale commettere errori. In certi punti la cengia si restringe e la parete si butta in fuori, così ci abbassiamo quasi a gattonare o scendiamo di un poco per fare aderenza sulla parete sottostante. Giungiamo alla base del canalino e le braccia iniziano ad essere piuttosto stanche a causa dell'attrito della corda nei momenti in cui recupero il mio compagno di cordata.
Le due cordate davanti a noi ormai ci hanno distaccato ma mi avvio su per il canalino dove c'è una corda fissa che utilizzo per salire più velocemente. Incontriamo una cordata in discesa, mi lasciano passare e proseguo fino alla cima del canalino per recuperare il mio compagno di cordata. Riprendiamo a salire e ormai le difficoltà sono finite, c'è addirittura un tratto di sentiero; seguo gli ometti che però vanno a perdersi, ormai sento le voci di chi è già in cima così finisco la salita a sentimento, recupero il mio compagno di cordata e non ci resta che respirare a pieni polmoni per imprimerci nella memoria questo panorama che spazia dalle vette della val Tanaro, alla piana di Cuneo, agli erti pendii di monti che non conosco.
Pranziamo mentre giunge l'ultima cordata, soffia un venticello piuttosto freddo ma temperato dal sole, le nuvole dense in direzione sud non promettono niente di buono, così ci affrettiamo a fare le foto e a riorganizzarci per la discesa. Calo il mio compagno di cordata su uno spuntone, poi scendo anch'io; raggiungiamo la cima del canalino dove rallentiamo parecchio visto che la calata fino alla sua base è piuttosto lunga. "Ma che bella guida!" Esclama un anziano alpinista che scende in libera "Ma non sono una guida..." ribatto sinceramente "... mi piacerebbe" termino. "Bè te la cavi già bene." Si complimenta infine, ci auguriamo a vicenda un buon proseguimento e ci salutiamo. Lascio passare lui e il ragazzo che lo accompagna visto che sono più rapidi e minaccia pioggia. Calato il compagno di cordata fino alla base del canalino, metto la longe sulla corda fissa e scendo tenendomi ad essa per essere più rapida.
La discesa è ancora lunga e quelle nuvolacce non fanno che inquietarmi: se dovesse piovere mentre scendiamo per il canale dei detriti non avremmo certo da rallegrarci, per non parlare del fatto che potrebbe gocciare quando ancora siamo sulla cengia... A suon di calate del compagno di cordata e quasi corse che mi fanno recuperare i metri che mi separano dagli altri, visto che sono l'ultima, giungiamo di nuovo sulla cengia. Vado davanti io e a corda corta andiamo a passo svelto per poi sbucare di nuovo sul colletto dove la prima cordata ci attende. Mettiamo via le corde e gli imbraghi per poi scendere svelti lungo il canale dei detriti. Sono esausta, le gambe vanno quasi da sole, richiamate dalla vista del rifugio laggiù; seppure pareva molto ardua la discesa del canale, i detriti non danno mai troppi problemi e si può andare a passo deciso. Raggiungiamo la pietraia, saltiamo di masso in masso, seguiamo il sentiero nel fazzoletto di prato percorso stamattina, ed eccoci nell'ultima pietraia prima del rifugio. Ci rilassiamo qualche tempo in attesa degli altri. Poi, ed è ormai il tramonto, scendiamo al parcheggio per tornare alle nostre quotidianità, che paiono ora così stonate sulle note del fiume che mormora di tutta la libertà di questa valle.





Una grande appassionata di montagna. Grande Anna!
RispondiEliminaNel giro di pochi mesi sei diventata una alpinista. Credo che la nonna Angela sia davvero orgogliosa. Chissà che prima o poi non scalerai anche qualche parete delle sue dolomiti
RispondiElimina