Sentiero dei contrabbandieri

Siamo in anticipo e mentre attendiamo la navetta che ci condurrà a Pregasina, facciamo un breve ripasso della sicurezza in cordata. Nello zaino c'è un po' di tutto: l'attrezzatura, la corda, il pranzo, quel pizzico di timore che precede un'uscita alpinistica, la voglia di accelerare il tempo per trovarsi già imbragati a vivere l'anelato momento di misterioso equilibrio... Perché mi sembra sempre più evidente che trovo una sconosciuta forma di quiete nella fatica e sui monti. La navetta ci conduce al parcheggio che precede Pregasina, scendiamo di un poco sulla strada; superando la Regina mundi, una grande statua della Madonna in una piazzola a balcone sul lago di Garda. Prima della galleria svoltiamo a destra e scendiamo ancora sulla strada che una volta era utilizzata per salire da Riva del Garda a Pregasina, imbocchiamo un sentierino appena accennato, all'inizio del quale c'è una bassa lapide. Seguiamo la traccia che scende verso il lago, ben ricca di vegetazione, che ci conduce al di fuori del bosco, su un colletto dove giungono le reti che imbavagliano il fianco roccioso del monte, a proteggere la strada sottostante dalle frane. Ci imbraghiamo, con lo sguardo che vaga senza posa sui riflessi del lago, sui monti verdeggianti dell'altra sponda, sulla strada che abbiamo percorso prima. Ci leghiamo in cordate e riprendiamo il sentiero che scende ancora e ci presenta un canalino di roccia dove scendiamo, assicuro il compagno di cordata con il marchard, che poi uso per calarmi. Il sentiero piega a destra, la rete copre lo scavo nella roccia creando una sorta di galleria, lungo la via ci sono spit ogni cinque metri, nei tratti esposti, attrezziamo con i rinvii e progrediamo con una distanza di una decina di metri tra compagni di cordata. 


Sul sentiero 

Non abbiamo che da camminare per un bel tratto, con l'ombra degli esagoni della rete adagiata sul sentiero, vedo la strada laggiù e mi chiedo che succederebbe se facessimo cadere un sassolino da questa altezza; entriamo in un piccolo bosco e sulla parete non ci sono spit giacché in caso di caduta, gli alberi fungerebbero da freno. La rete ce la siamo lasciati alle spalle e ci attende un passaggio su un'ampia crepa, dove un cavo d'acciaio collega le due parti; ci assicuriamo con la doppia longe ma, per maggior sicurezza dato che i bulloni sono un poco allentati, ci assicuriamo sul mezzo barcaiolo. Emulo i movimenti di chi mi ha preceduto: mi siedo sull'imbrago, mi do una spinta col piede destro e mi sposto un poco aiutandomi con le mani sul cavo, col sinistro ancora non riesco a raggiungere la parte opposta della crepa ma ritentando trovo il gradino dove lo scarpone fa abbastanza aderenza da permettermi di concludere il traverso.

Sul traverso 

 Assicuro il compagno di cordata, stringiamo a mano i bulloni allentati, per poi procedere sul sentiero; talvolta la roccia si abbassa al punto di costringerci a chinare il capo. Evito di rinviare certi spit, in modo da accorciare i tempi, infatti quando esaurisco i rinvii devo farmi raggiungere dal compagno di cordata per farmeli dare e riprendere il cammino. Dopo un tratto ci attende un'altra fessura, da superare come la prima, ma è più breve e semplice. Proseguiamo senza difficoltà per un buon pezzo, fino alla paretina dove delle staffe d'acciaio scendono fino alla placchetta sottostante, ma valutiamo che sia meglio calarci in doppia in quanto la roccia spancia quasi a diventare un tetto e ci troveremmo a scendere sui gradini a forza di braccia. Faccio slegare il mio compagno di cordata visto che ho la corda nello zaino mentre lui ha le asole a spalla, si mette in sicurezza su uno dei chiodi di calata. Passo il capo della corda in entrambi gli spit e controllo che giunga alla placchetta, mi attrezzo la calata. Mi calo fino alla placchetta, aiutandomi con le staffe a mantenere una direzione più o meno lineare, infatti si tende a scendere troppo in basso, seguendo la linea della corda. 

Calata in doppia

Libero la corda appena giunta sulla placchetta per poi salire sul sentiero dove ci sono già due cordate, mi siedo e sgranocchio un po' di frutta secca e dei taralli. Giunti tutti, ci riposiamo qualche istante, poi filo un po' di corda nello zaino visto che ne ho molta fuori e ne lascio un po' perché il mio compagno di cordata si faccia delle asole a spalla. Riprendiamo il cammino di buona lena: non siamo neanche a metà percorso e l'ora è già piuttosto tarda. Ignoro vari spit, puntando sulla velocità più che sulla sicurezza, del resto il pericolo è abbastanza contenuto e proseguiamo in corda corta. Un'altra fessura da superare come la prima e siamo su una porzione residua di sentiero prima della prossima difficoltà. Giungiamo così al passaggio tecnico successivo: una decina di metri di traverso su staffe, la parete è ben pendente il che rende faticoso questo tratto; ci assicuriamo con la doppia longe e arriviamo di nuovo sul sentiero. 

Ultimo passaggio tecnico 

Dopodiché le difficoltà sono finite e non ci resta che allungare il passo per bruciare questi metri di sentiero; incontriamo un gruppo condotto da una guida alpina, ci lasciano passare. 

Verso la fine del sentiero 

Pare assurdo che questo sentiero fosse stato progettato per essere una strada; ci inoltriamo in un bosco, ai piedi della salita finale. Ci sleghiamo e leviamo gli imbraghi per poi iniziare a salire l'erto pendio che ci fa prendere quota ad una velocità strepitosa. Quasi al termine della salita c'è una lapide, posta in memoria di una diciassettenne morta in circostanze non descritte. Sbuchiamo su un prato, a due passi dalla strada di Pregasina, ci sediamo qualche istante tra l'erba, scambiandoci pareri sull'escursione. Riprendiamo il cammino sulla strada che ci conduce alla fermata della navetta, siamo in anticipo e ci accomodiamo ai piedi del cartello di benvenuto. La navetta giunge, saliamo e mentre parliamo della giornata ci conduce attraverso la galleria; guardo con chi ho condiviso queste esperienze, i compagni di cordata in altre occasioni, e mi si stringe il cuore sapendo che l'avventura è finita e a breve ci saluteremo. Ho letto in qualche libro di storia dell'alpinismo che il legame della corda è a puro scopo di sopravvivenza, nulla più, e non è che un rapporto egoistico; ma non mi sono mai trovata d'accordo con questa affermazione, trovo che il legame in cordata sia ben profondo. Del resto, affidiamo la nostra vita al compagno di cordata, è una fiducia ben radicata la base delle migliori salite.







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