Punta di Ercavallo

 Dallo spiraglio del finestrino socchiuso si infiltra un'arietta fredda, mentre risaliamo la stretta valle segnata dal fiume; il sole picchia solo sui larici in alto e il corso d'acqua contribuisce a mantenere la temperatura piuttosto bassa. Parcheggiamo nell'ampio spiazzo che precede il pittoresco paesino di Case di Viso, ci carichiamo degli zaini e ci avviamo sulla mulattiera che scavalca il fiume; lo sguardo è attratto ad ogni istante da quella punta rocciosa che svetta imponente. 

Case di Viso

È la mia meta: due anni fa ero qui, puntando alla stessa cima, ora torno, decisa a non sprecare questa seconda occasione. Attraversiamo il paese e seguiamo la sterrata, servendoci delle scorciatoie, per giungere al parcheggio dell'area picnic; il sole se la prende comoda e ci lascia ancora la frescura mattutina, temperata dai nostri passi. Proseguiamo sulla sterrata per lasciarla in breve in favore di un sentiero tra i pascoli che ci fa prendere rapidamente quota, in più punti la traccia è confusa da piccole frane di pietrisco; qualche tornante taglia il fianco erboso del monte e ci conduce in un impluvio dove scorre un torrentello che si tuffa giocoso a valle. Lo superiamo senza difficoltà e proseguiamo, incontrando di tanto in tanto qualche raggio di sole che scalda subito l'aria; altri due torrentelli, di cui uno spruzza dispettosamente facendoci affrettare il passo per uscirne al più presto. Seguiamo altri tornanti che ci conducono in una conca e in breve al bivio tra i laghi di Ercavallo e la Punta, non ho intenzione di rinunciare e alla fine la spunto: mi allontano di buon passo sulla mulattiera, salutando chi mi ha accompagnato fin qui e mi sconsiglia di procedere da sola, ma la testardaggine, si sa, spesso è un difetto ma mi pare sia un bel pregio quando si parla di montagna, nei limiti del buonsenso, s'intende. 

Panorama sul Presena

La lieve discesa mi concede di andare a passo spedito fino all'imbocco della mulattiera militare che si allunga a sinistra del sentiero che porta al rifugio Bozzi, stento a credere di essere qui, sulle stesse tracce di due anni fa, non mi sforzo nemmeno di pensare a com'ero a quell'età, è passato troppo tempo e mi viene in mente solo la maglietta azzurra che avevo quel giorno e qualche foto scattata in compagnia. Il sentiero prosegue in salita e il cuore perde il suo normale ritmo, inizia a battere all'impazzata, rallento il passo, bevo qualche sorso d'acqua, unica provvista che mi sono portata dietro. Mi dico che non sono tenuta ad arrivare in cima, ma proseguo passo dopo passo per vedere se miglioro; mi dispiacerebbe rinunciare un'altra volta e questo mi spinge a mettere un piede davanti all'altro. Penso che questi tre mesi di mare mi abbiano reso più sensibile alla quota, ma l'aver trovato in un vecchio album fotografico di mia nonna, un'immagine in bianco e nero con sotto la didascalia "verso l'Ercavallo", funge da motivo aggiuntivo per non mollare. E in effetti mi riprendo, il battito torna al suo ritmo e posso proseguire con passo più sicuro, mi inoltro nella pietraia e oltre, tra quel che resta delle fortificazioni militari, risalenti alla Grande Guerra. 

Tra le fortificazioni, in vista della cima

Proseguo con lo sguardo basso, sicché mi stupisco nel sentire un fischio: è uno stambecco che mi vede arrivare e vuole far notare la sua presenza, quando mi avvicino resta fermo, senza smettere di guardarmi finché non lo supero e sparisco dalla sua vista. Scruto il cielo che si sta un poco coprendo, ma le nuvole non sono dense e mi promettono ancora almeno il tempo di giungere in cima. Arrivo al colle che scinde le due punte di Ercavallo, su una roccia hanno dipinto 3011 e 3068, riferito alle quote delle due cime. Vado a destra, dove il sentiero si amplia in una mulattiera militare, sorretta da un basso muretto di pietre che ancora mantiene il suo equilibrio, scendo in una breve trincea e seguo la traccia ora ben definita. 

Sulla mulattiera militare 

Appena sotto la cima il sentiero torna a stringersi, affianca due grotte artificiali, usate certo come riparo durante la difesa del confine, scorgo l'esile croce di vetta e quasi non riesco a credere che mi manchi così poco. Brucio gli ultimi metri con quella naturale leggerezza che sorge con la vista della croce e la trepidante attesa di abbracciare l'ampio panorama. 

La croce di vetta

La cima è piuttosto stretta e alle spalle della croce la montagna si getta a valle in un unico balzo, mi prendo il tempo di spingere lo sguardo sul gruppo del Brenta, dell'Adamello, del Presena, del Bernina, sui candidi ghiacciai timidi e sui residui di neve appisolati in alta quota. Scruto i laghi del Baitello, di Ercavallo, quelli artificiali sul sentiero che conduce al rifugio Garibaldi, una diga dall'acqua azzurra che non conosco e una cima lontana che fa capolino tra due alti monti rocciosi. Scendo a precipizio, salutando con uno sguardo commosso l'umile croce, seguo gli ometti e le tracce sul rado terriccio umido; supero la pietraia e sono di nuovo sul sentiero che sovrasta i laghi del Baitello, scendo fino ai timidi specchi d'acqua dove mi aspetta chi mi ha accompagnato fino al bivio, stamattina. 

Uno dei laghi del Baitello 

Mi rinfresco in uno dei laghetti, pranzo, e infine iniziamo la discesa per tornare al parcheggio. Se c'è una cosa che mi ha insegnato la montagna, è che se non è tempo di fare un passo lungo, bisogna mettere un piede davanti all'altro, senza fretta; le cime, poi, sanno attendere e danno modo di tornare per un nuovo tentativo. Mi ci sono voluti due anni per avere sufficienti ragioni per alleggerire il passo e il respiro, per condurmi in cima e apprezzare appieno quella vista.






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