I vitelli dell'Antoroto

 Luglio 

È una splendida giornata, il sole sta per illuminare la colla di Casotto, dove abbiamo parcheggiato, intorno non ci sono che poche auto e il freddo toglie il fiato. La strada sterrata che dal parcheggio, sul lato opposto dei condomini, parte non è quella che seguiremo; ci avviamo invece verso quello spiazzo erboso che sembra senza uscita, da qui parte la sterrata che conduce, costeggiando la strada asfaltata, alla costruzione abbandonata. Siamo di nuovo sull'asfalto ma ci avviamo verso il cancello, lo superiamo aggirandolo e oltrepassiamo la baita dei castori, seguiamo la strada sterrata che sale in mezzo al bosco, si sente in lontananza il rumore di una motosega. Saliamo all'ombra, ma il freddo è ormai superato, e ad ogni bivio seguiamo le indicazioni per il rifugio Savona, i segnavia tacciono riguardo l'Antoroto. Alquanto silenti procediamo per il sentiero che abbiamo imboccato, che scende leggermente in mezzo ai faggi, si stende sotto i nostri piedi un bel tappeto di foglie. Procediamo senza grande fatica fino ad arrivare alle baite in pietra che sorgono sul prato che stiamo costeggiando, qui un pollaio ospita un tacchino e qualche gallina. Continuiamo a seguire il sentiero che in breve ci conduce in una valle che si amplia ad ogni passo, voltandoci la vista si allunga sui monti circostanti; davanti a noi, compare invece il rifugio Savona, circondato di materiale per la ristrutturazione. Un ampio prato funge da pascolo per un gran numero di mucche coi loro vitelli, superata la paura di un attacco (forse più che infondata), attraversiamo quel mare di bestie che si lasciano ammirare da vicino. Raggiungiamo il rifugio Savona e finalmente il segnavia indica per l'Antoroto e ci informa anche del tempo che ci manca per raggiungerlo. Dopo il rifugio il sentiero si perde per un tratto, cancellato dall'erba alta, ma si ricupera più avanti; piante di mirtilli costeggiano il nostro cammino ma procediamo. Continuiamo a seguire il sentiero che ora si piega ripido, lanciandosi in una discesa diretta alla cima del canalone, si arrampica sul fianco destro del monte e procede stretto. Giunti in fondo a questa discesa, il sentiero procede stretto ma più basso, dunque meno pericoloso, e dopo poco riprende a salire, a piegarsi in qualche tornante e a sbucare su colla bassa.

Panorama lungo il sentiero che precede colla bassa

 

Ora il segnavia indica alla nostra destra il monte grosso, a sinistra la nostra meta, il dislivello e il tempo, oltre al sole cocente ci faranno faticare ancora un poco. Ci avviamo su quel sentiero che procede ripido tra arbusti e ciuffi d'erba, il peso dello zaino ora si fa opprimente e taglia il respiro, ma procediamo fino a superare anche questa salita. Dopodiché non ci restano che pochi metri di falso piano, per superare le creste e raggiungere la croce di vetta; sulla sinistra fa capolino Ormea, sopra questa, svetta l'Armetta; il mare è ben visibile da qui e alle nostre spalle si stagliano alti monti. Firma sul diario di vetta, pranzo e foto per poi percorrere il sentiero a ritroso. Questa vetta, scelta da me per il giorno dell'onomastico, è stata faticosa da raggiungere, dato il caldo, ma una vera soddisfazione e una gratificante vista ha premiato i nostri sforzi.

La croce di vetta





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