Il Marguareis e le sue stelle alpine
Luglio
Superato Ponte di Nava, lungo la strada che costeggia il gelido fiume, si varca la soglia del mondo che profuma di montagna, quello che ci accingiamo a vivere per oggi. Sono da poco passate le otto e fa un gran freddo, inaspettato per questo periodo. Lasciato Viozene alle spalle, si svolta poi per Carnino e si tenta un parcheggio nello spazio che precede la località superiore. Lasciata la macchina, in mezzo all'erba dato che i posti erano tutti occupati, indossati gli scarponi e messi in spalla gli zaini appesantiti dall'attrezzatura, ci accingiamo ad attraversare le belle case in pietra. La via alla vetta scelta richiede, in effetti, l'attrezzatura, devo dichiarare la mia fortuna dato che non essendone in possesso mi è stata generosamente prestata. Dunque, ancora col maglioncino addosso, attraverso la viuzza che serpeggia tra le case che tacciono, ma mi meravigliano ancora con la loro solidità ed esemplare bellezza. Superato Carnino superiore, inizia il sentiero che si accosta al fiume per poi attraversarlo per mezzo di un ponte in legno, sulla destra una bella cascatella fa capolino tra rocce e alberi; si prosegue poi in salita, accompagnati dall'ombra che porgono i rami che ci sfilano a fianco. Il sole inizia a filtrare tra le foglie e la temperatura si alza. Percorsa la salita che conduce a pian Ciucchea, gli alberi si fanno più radi e la loro protezione si fa ormai inesistente; il bivio che dal pian indica per il colle del Pas ci invita ad andare proprio in questa direzione. La salita impenna subito e si lasciano gli ultimi alberi per procedere sul sentiero che si piega in tornanti, questo conduce, molto ripidamente, in cima al canale che stiamo percorrendo. In effetti il sole non ci molla, solo in prossimità del passo si vede un po' d'ombra; la salita e il caldo non contribuiscono certo a chiamare questo tratto una passeggiata, ma sono accompagnata dalla narrazione di begli episodi, dall'esposizione di sogni personali, di rimpianti o di vicende che paiono umoristiche ma sono avvenute davvero. Così, col fiatone, si giunge a quell'ombra che ci si è imposto come meta, superata anche quella si raggiunge finalmente la cima del canalone, terminante nel passo delle Mastrelle.
Passo delle Mastrelle
Il sentiero procede ora in falso piano e la vista si amplia su un'altra valle, rigogliosa, che si allarga ed è contornata da bei monti, da quelli rocciosi a quelli erbosi. Superata Piaggia Bella si procede in falso piano; l'ombra ci ha in effetti abbandonato e qui il sole si fa minaccioso, data la fatica e il calore proteggersi il capo è una buona idea. Il colle del Pas è ormai in vista ma da questo ci separa ancora un'impervia salita, vinta anche questa, oltre alle mille ragioni, con la cioccolata e il mio solito reintegratore (acqua, zucchero, limone e un pizzico di sale). Che immensa gioia raggiungere il segnavia che afferma saldamente di essere sul colle del Pas; la vista cambia in continuazione, ora si allunga fino al Monviso.
Colle del Pas
Le mosche iniziano ad essere fastidiose, non appena ci fermiamo ci si posano ovunque e per liberarcene dobbiamo metterci in marcia. Ora è tempo di scendere lungo il sentiero che porta al bel piccolo lago di Ratavuloira, la corrente ne muove i fili d'erba sommersi e li allunga verso le rive; questo specchio d'acqua è incastonato in mezzo al verde del prato che lo circonda.
Lasciato il dolce lago ci spostiamo verso sinistra, seguendo il sentiero che ci fa poi attraversare una pietraia; questa non da molti problemi se attraversata coscientemente. Trovandoci ora sul lato sinistro della pietraia, ai piedi dei monti che si stagliano alti sulle nostre teste. Le mosche continuano ad attaccarci ad ogni sosta, ci spingono a procedere nonostante la stanchezza; siamo ora in cerca del canalone dei torinesi, che come gli altri che lo precedono sale ripido sul fianco della montagna. Poco dopo lo imbocchiamo e cominciamo a ricalcare con passi stanchi i suoi tornanti che ci fanno salire in breve; il sentiero si evolve tra ciuffi d'erba, ghiaia scivolosa e rocce, ci arrampichiamo così sotto lo stesso sole che continua a fare il nostro stesso cammino, mi rassegno ora alla sua presenza. Superati vari tornanti, siamo ormai all'ombra che il monte sulla nostra sinistra sta generosamente proiettando sul sentiero. Sapendo che all'inizio della ferrata lo spazio è esiguo, ci fermiamo su "gradini" di fortuna, fatti di rocce, ed estratta l'attrezzatura, iniziamo a indossare le imbragature. Rimessi gli zaini in spalla, alleggeriti poiché l'attrezzatura la portiamo ora addosso, ripartiamo; i tornanti da percorrere sono ormai pochi e ci conducono, ancora in parte in ombra, all'inizio del cavo che, aggrappato alla roccia, ci guiderà fino in cima al canalone. Il sentiero procede appiccicato alla roccia, su uno strato di ghiaia che sotto il passo cede causando una piccola frana di sassolini. Assicurata al cavo, ricevuto qualche consiglio, comincio a far correre i moschettoni sull'acciaio calzato di plastica, talvolta la ghiaia lascia lo spazio alle rocce da scalare per mezzo dei gradini piantati in esse. Il cavo corre a sostegno della nostra salita, ora in piacevole ombra; nel momento in cui ho fatto passare i moschettoni e ho cominciato a farli correre per accompagnarmi, mi sono accorta di non avere più il fiato corto né la stanchezza, solo una gran voglia di arrampicarmi su quel bel sentiero. La spiegazione più plausibile, a cui penserò in seguito, è che è stata l'adrenalina a farmi superare quel tratto di ferrata senza grandi esitazioni né stanchezza. Il nostro sentiero, dedicato a Flavio Sordella, piega sul fianco alla nostra destra e procede la salita per sbucare su un bel prato; ci sediamo ai piedi del segnavia, intorno, la vista non può che compiacersi e allungarsi ora finalmente verso il Marguareis.

Sul praticello, appena sbucati dalla ferrata
Arrivati i compagni e fatta una breve pausa, decidiamo di tenerci addosso l'attrezzatura, sapendo che per un piccolo tratto il cavo accompagna ancora il sentiero. Ci rimettiamo in cammino, dopo pochi metri attraversiamo un piccolo prato costellato di quell'oro detto stelle alpine; superiamo l'ultimo tratto attrezzato e dopo poco ricuperiamo il sentiero normale che conduce in vetta.
Stelle alpine, poco dopo la fine della ferrata
Di qui la fatica si fa di nuovo sentire, la salita minaccia ancora il respiro; ci arrampichiamo per gli ultimi tornanti, per me la stanchezza si è fatta eccezionalmente pressante, ma incitata da chi mi faceva coraggio, ho continuato a camminare, anche se faticosamente, fino alla vetta. La croce si stagliava verso il cielo maestosa; trovato un buon posto per sedermi, ho poggiato a terra lo zaino per volgere lo sguardo verso i profili dei monti circostanti.
La croce di vetta
Dopo la foto di vetta, gli appunti sul diario ai piedi della croce, sovraccarico di esperienze di persone, ritorno al mio posto per il pranzo. L'arrivo alla vetta mi ha sorpreso quasi priva del mio reintegratore, comunque ormai inutile dato che non ci aspetta che la discesa; il sole perdura ma tira un forte vento, un sollievo data la calura della giornata. Il gruppo si divide: chi scende prima si avvia già, verso il rifugio don Barbera; noi invece restiamo ancora un poco, per poi iniziare anche noi la discesa, per lo stesso sentiero. Discendere è ormai molto semplice, il sole continua a tenerci compagnia, ora meno indesiderata; procediamo sul bel sentiero che serpeggia in dolce discesa in mezzo all'erba. Un breve tratto di salita ci fa scollinare per farci riprendere la discesa, ormai siamo in vista del colle dei signori, dove alcune macchine sono parcheggiate. Appena sopra il don Barbera perdiamo di vista il sentiero, abbandonato poco più sopra, lo ricuperiamo e lo seguiamo fino al rifugio.
In vista del don Barbera
La prima meta è la fontana, fuori dalla cucina del rifugio, qui riempiamo le borracce di quell'acqua fresca e buonissima; dalla porta vicina fuggono le note de "l'era del cinghiale bianco", ora dolci come poche altre volte; mi godo l'intera canzone accanto al rubinetto. Il sole, compagno molesto o premuroso fin qui, comincia ora a sparire dietro dei nuvoloni che iniziano ad addensarsi. Un caffè e una breve pausa prima di riprendere la discesa sul sentiero polveroso; le nuvole oscurano completamente il sole e cala anche una lieve nebbia. Superiamo il tratto ghiaioso, attraversiamo l'erba alta, sul sentiero che costeggia il ruscello e giungiamo alle selle di Carnino; la discesa ci impegna ancora per del tempo, le ginocchia iniziano a dolere ma procediamo uniti fino ad arrivare al parcheggio, intorno alle sei del pomeriggio. La gita è stata faticosa, innegabile, ma piena di soddisfazioni e scoperte, gratitudine verso la generosità di chi mi ha accompagnato e meraviglia per quelle belle valli, oltre per le stelle alpine, mai viste così belle e numerose.






bello. mancava in rete la descrizione e il dettaglio delle nostre bellissime montagne
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