Il Serour e la nebbia
Settembre
Il sole è già alto, ma come dargli torto, sono le dieci passate; ci avviamo in auto sulla stretta strada, da brividi, che si arrampica sul fianco della montagna verso Neirassa. Le prime casette appaiono quasi a donare sollievo, ci spingiamo fino a Neirassa superiore e parcheggiamo prima del fiumiciattolo; con gli zaini in spalla raggiungiamo il rifugio Nebius per svoltare a destra seguendo gli unici segnali, che comunque non indicano la nostra meta.
Il rifugio Nebius
Ci inoltriamo in un piccolo bosco sul sentiero che affianca il fiume, appena lasciata la protezione degli alberi il sole si fa cocente e iniziamo la salita; la valle si amplia di fronte a noi, bei monti si stagliano ai lati. Cominciamo ad arrampicarci sul ripido sentiero, che ci fa guadagnare quota in breve, i tornanti ci guidano a tratti. Con una ripida salita quasi uniforme affianchiamo il tratto vuoto del fiume sulla sinistra, il sentiero si avvicina vertiginosamente a quegli esili paletti che paiono limitare il terreno sicuro. Questi sembrano dire "oltre la linea che tracciamo la caduta è pressoché sicura, fino a prova contraria la forza di gravità funziona".
Un tratto del sentiero
Sul fondo del canalone a sinistra, a un certo punto, vediamo una moltitudine di mattoni e altre componenti di quella che un tempo era una malga; ne raggiungiamo gli altri resti, dove sorgeva un tempo che, impressionanti, sono ricaduti in parte sul sentiero. Così, finalmente, poco dopo le rovine della malga, un cartello ci indica di proseguire diritto, verso il cuore della valle; continuiamo a camminare, ci troviamo poi a percorrere i tornanti che si accostano ai gradoni di pietre costruiti sul fianco della montagna a destra. Sempre in ripida salita, raggiungiamo gli ultimi tornanti prima della cresta, questi si allungano ampliamente per farci procedere più dolcemente; superati anche questi, arriviamo ai segnali. Siamo in cresta e la vista si compiace dei mille colori che dominano, degli alti e distanti monti di fronte e della verde valle che ci siamo lasciati alle spalle.
Panorama dalla cresta
Osserviamo il tratto di sentiero che ci aspetta e sorgono i dubbi: l'esposizione e il dislivello non sono certo da ignorare, la rottura, infine, dello spallaccio di uno zaino ci portano a valutare meglio la situazione. Un trio in discesa dalla vetta ci sconsiglia la salita, se siamo insicuri; propongo di proseguire da sola, nessuno ha più intenzione di salire, ma mi viene vivamente sconsigliato. Così, sotto il sole e nel vento delle dodici passate, con una lieve nebbia che cinge alcuni dei monti circostanti, ci fermiamo per il pranzo in un praticello che, inquietantemente, ospita due grossi pezzi di ossa di chissà quale animale; a malincuore abbiamo rinunciato alla vetta, ma il ripido tratto che ci ha condotti qui, a passo svelto, è stato stancante e sarebbe stata quasi follia proseguire. D'altronde la montagna insegna anche a tornare sui propri passi; da qui la vetta non si vede è al colle Serour, raggiunto in una manciata di minuti, che la si vede.
Colle Serour
Accetto questo premio che definirei di consolazione, ma decido di spingermi su una colletta per ammirare il panorama della vallata di Vinadio, che in effetti da qui è favoloso. Ridiscendo al praticello andando a casaccio. Così, rassegnati, torniamo sui nostri passi che ci conducono in vertiginosa discesa di nuovo a Neirassa.

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