Nel regno dei cerbiatti - Ravinet
Aprile
Giunti al giogo di Toirano, mentre l'alba inizia a indorare la valbormida, parcheggiamo per iniziare a seguire il sentiero verso il monte Carmo. Il primo tratto di salita ci tocca farlo nell'ombra alquanto fredda, ma spinti dalla luce non distante del sole, la affrontiamo svelti. Tra i radi alberi e l'erba fresca che si intingono nella calda vernice d'oro proseguiamo, riscaldati noi pure dai suoi raggi; solo poche soffici nuvole interrompono l'azzurro. In breve giungiamo al bivio con la sterrata e proseguiamo in direzione Ca du Fo, rimanendo su un bel sentiero che si allunga in falso piano attraverso il bosco, fuori della protezione degli alberi, scrutando il cielo, notiamo che le nuvole si stanno raddensando e il sole si fa più debole. Tra l'erba in mezzo agli alberi, sottostanti al sentiero, ci sono vari cerbiatti che interrompono la loro merenda allarmati dai miei passi, mi guardano qualche secondo e corrono via con sicurezza quando mi raggiungono i compagni d'escursione. Più avanti, nuovamente in una prato ne incontriamo altri tre, che corrono via più svelti dei primi. Ci invita il panorama che si intravede attraverso i tronchi, dai verdi monti arrotondati più vicini, a quelli innevati della val Tanaro, la cui vista si guadagna man mano. Certo, questi ultimi si stanno scrollando di dosso il manto invernale, per primo il Galero che ne è ormai del tutto spoglio, poi il Mindino che conserva qualche piccola traccia, l'Antoroto ne serba una parte sulla cima, ma è naturalmente il pizzo d'Ormea ad esserne maggiormente rivestito. Così giungiamo all'area picnic con relativa fonte, proseguiamo di buon passo attraverso il mutevole bosco che a tratti si presenta misto, di castagni o di faggi, fino a giungere al prato Ciazzalunga, affiancandoci al Carmo, ignoriamo il sentiero che conduce alla sua vetta per proseguire a destra, verso Ca du Fo. Seguiamo il sentiero che non ci richiede mai eccessivi sforzi e allontanandoci dal monte Carmo finiamo col vederlo assai bene, dalla croce di vetta, alla baita sottostante fino alla vecchia teleferica. Raggiungiamo Ca du Fo, si tratta del rudere di una vecchia casa in pietra, certo non so dire a che scopo sia stata costruita. Proseguiamo poi sul lastricato e tra le chete roccette, vedendo chiaramente rocca dell'Aia e Castagnabanca. Aggiriamo un breve monte per giungere all'imbocco del sentiero che ci condurrà in cima, un cartello ce la fa già pregustare, proseguiamo entrando in breve in un bosco, dopo poco la via impenna nell'ultima salita. Pieghiamo un poco a destra, avvicinandoci alle rocce di cresta e il panorama si estende già, ultimi metri tra le pianticelle di timo che timidamente o incerte non sono ancora fiorite e le pietre sparse, è ormai la cima e a pochi passi vediamo la bassa Croce, preannunciata da un palo che la sovrasta. Nella scatola incastrata tra le rocce non c'è un diario di vetta ma una penna, sulla Croce lignea c'è scritto: Ravinet M 1060. Niente telefono, grazie alla mia solita testa tra le nuvole, non resta dunque che fare uno schizzo su della carta di fortuna, con la penna nella scatola. Tira vento e le nuvole sembrano aver fatto comunella per cacciarci presto dalla vetta, interrompo lo schizzo, metto a posto la penna, finirò "l'opera" in auto. Ci lanciamo giù per la cresta, col vento che ci insegue come a rincorrere chi si ritira, ci caccia con decisione. Solo nel bosco avremo il sollievo dalla frustante corrente, proseguiamo rapidi sui nostri passi fino a Ciazzalunga, che evitiamo, preferendo la stradina erbosa sulla sinistra, riprendendo poi il sentiero più avanti. Superiamo a ritroso l'area picnic e la fontana e svoltiamo poi verso San Pietro, sulla sterrata che scende in tornanti, la seguiamo fino a lasciarla in favore della poca strada asfaltata che ci porta di nuovo al giogo di Toirano.

Tutto è bene quel che finisce bene
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