Viaggio nel tempo - m. Grammondo
Maggio
Percorriamo gli ultimi tornanti che conducono a Olivetta S. Michele, vedendo il basso campanile che appena spunta tra le case adagiate assai vicine, sulla cresta, accanto alla strada che in pochi metri conduce in Francia. Traversiamo il piccolo paese percorrendo la minuscola via che serpeggia tra le case, una discesa ripida e siamo in via delle peonie, parcheggiamo abbracciati già dai profumi che inebriano viandanti e abitanti.

Via delle peonie
Quando gli zaini sono in spalla e una voglia di scoperta ci invade unita ai raggi del sole, ci incamminiamo, superando il resto del paese che rivela la firma del tempo sulle antiche case in pietra che dimostrano la loro età solo per l'abilità tradizionale di cui ormai non siamo più capaci, poiché i saldi muri sono belli come una volta. A due passi dal ponticello che scavalca il fiume, c'è una casetta di cui se ne raggiunge l'uscio per mezzo di una ripida scaletta, chissà che non fosse luogo di giochi per i bambini di un tempo. Superiamo il fiume, che proprio candido non è, ma ha comunque un suo fascino col suo profondo scavare e modellare la roccia a suon di piene e secche. Dopo poco comincia il sentiero che si immerge subito nel bosco che ora è d'un verde lussureggiante, si respira subito un'aria grave di odor di pino, che poi si mescolerà a quello del timo. Voltandoci vediamo Olivetta, cheta e muta eccetto per quel suono che giunge ogni ora, che rimbalza per la valle per lasciarla nuovamente immobile: il rintocco delle campane. Saliamo seguendo i tornanti in una salita poco impegnativa ma con il caldo sole di primavera, non sudare sarebbe alquanto strano. Nel rado bosco di pini, dove a terra giacciono varie pigne secche e sonanti, troviamo il passaggio ostruito da un albero caduto, che aggiriamo facilmente per mezzo di una scorciatoia. Olivetta si fa distante e invisibile mentre ci tuffiamo in un bosco più fitto, camminando sulle piccole ghiande che si incastonano nel terreno al nostro passare, talvolta la vegetazione si fa ancora più intensa, arrivando a lanciarsi sul sentiero, rendendo la via molto simile a un autolavaggio, è infatti necessario farsi largo con le mani o col busto stesso per passare. L'eau de nature sovrasta quindi i nostri profumi artificiali, vincendo a colpi di fiori e teneri rami odorosi. Usciamo dal bosco per qualche metro, calcando il sentiero che traversa una pietraia e diventa una terrazza sulla valle dipinta dal miglior pittore. Proseguiamo, affiancandoci ai muretti a secco crollati, che hanno riversato le loro pietre sul sentiero, malgrado la loro forza si sono lasciati cadere, stanchi. Ci immergiamo di nuovo nel bosco che ora cambia presentandosi più montano, seguiamo il sentiero che per un tratto condivide la terra con un ruscelletto che gorgoglia appena e si diverte celiando a sporcarci gli scarponi di fango. I profumi son cambiati, per un attimo ripenso alla Valcamonica che si riflette un poco in questo tratto di sentiero, è un bosco dal tappeto d'erba, dove si ergono fieri dei verdissimi pini insieme a dei sottili alberelli dalle foglie chiare. Superiamo il prato e iniziamo a sentire le voci provenienti dal rifugio Gambino, che dista infatti ormai pochi metri, giunti sulla strada svoltiamo la curva per vedere la casetta di pietra che se ne sta appollaiata in mezzo a un praticello, sovrastata da innumerevoli alberi. Raggiungiamo il rifugio dalle piccole finestrelle, facciamo la conoscenza dei soci del CAI di Ventimiglia che hanno passato qui la notte, in occasione della festa di oggi, c'è chi di montagna ha molto da dire, avendo sulla pelle le grandi cime d'Europa. Li salutiamo per riprendere il sentiero che affianca in breve una fonte che borbotta la sua lunga storia, prendiamo quota fino a raggiungere la stradina sterrata che ci accompagna per qualche tempo. Col salire notiamo varie peonie, quelle più misantrope se ne stanno sole in mezzo all'erba, invece ci sono quelle più ciarliere che se ne stanno in cespugli, mugugnando del loro sfiorire. Anche se per la maggior parte sono ancora splendide, sfoggiano candidi petali fucsia e, sebbene alcune se ne stiano liberando, perlopiù le troviamo al loro apice di bellezza: non pudiche e serrate né spogliate dal vento. Una vecchia Mercedes rossa se ne sta appisolata contro un albero, le portiere aperte e il cofano pesantemente rovinato dal colpo contro un pino, suggeriscono un incidente. Mi ricorda la ford Anglia dei Weasley, che fuggita alla pessima guida di Ron si aggirava per la foresta proibita. Il bosco si dirada un poco per lasciarci una finestra sulla valle e fino al mare, giungiamo al bivio col sentiero che ci fa pregustare la vetta con la vista della Croce più bassa.
Ricalchiamo il sentiero che tra roccette e rada erba ci mette sotto l'ultima prova, la salita si fa alquanto stancante ma un passo costante ci conduce alla prima Croce, la superiamo per giungere sulla cima più alta. Una piccola Croce di ferro segnala la vetta italiana, da qui vediamo quella francese, su un piedistallo a gradoni. Data la nebbia che si infittisce e già cancella la vista su Mentone, decidiamo di fare una foto qui, poi raggiungiamo la cima francese. Ventimiglia e Bordighera e quel poco di neve rimasto sulle alpi liguri se ne stanno al centro di questo quadro, la cui cornice è tutto questo color di primavera.

In arrivo alla vetta francese
La nebbia si è diradata un poco ma tiene ancora celata la costa francese, ci arrampichiamo sui gradoni del piedistallo per una foto con la Croce, facciamo uno spuntino per poi iniziare a scendere. Torniamo al rifugio, ci riforniamo alla fonte e poggiamo gli zaini nel prato, entriamo nella casetta, la stufa serba ancora un po' di calore, ci sediamo al tavolone di legno, sulle spesse panche e brindiamo alla salute. Al muro c'è una foto di Patrick Gambino. Usciamo all'incerto sole, che appare e scompare come le marmotte, e in questo ritrovo di sezioni CAI, ci troviamo a condividere e raccontare in mezzo al silenzio, di fronte alle severe pareti di roccia. In questo nulla non si può che dar ragione a Chris McCandless quando diceva "la felicità è vera solo se è condivisa". E torto non ne aveva neanche Gaber col suo "libertà è partecipazione". Salutiamo per iniziare a scendere verso Olivetta. Raggiungiamo di nuovo il ponte che scavalca il fiume e traversiamo il paesino.
Poco ci vorrebbe per veder correre dei bimbi coi calzoni corti rattoppati, a piedi nudi, intenti in una corsa o nel rubare le mele del curato. O le donne prese nei loro canti al lavatoio dove scorre l'acqua, o alla fontana a riempire un secchio da portare a casa. O ancora, gli uomini condurre un asino per portarlo alla stalla per la notte. E chissà che non si vedranno di nuovo queste scene semplici animare il paese.


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