Gli inni del m. Bove
Giugno
Lasciata Norcia, che in questo estivo crepuscolo ci dona una fresca temperatura che non arriva ai venti gradi, raggiungiamo le mura della città piene di impalcature dato l'enorme danno fatto dal terremoto. Ci fermiamo al bar di fronte alle casette in legno che sostituiscono i locali dei negozi che dentro le mura non possono più stare, il bancone offre un vastissimo assortimento di brioches, anche se preferisco un ottimo caffè a un prezzo che al nord ci sognamo. Fatto rifornimento di energia, ci avviamo per fare sosta alla norcineria Moscatelli dove ci accoglie un forte profumo di genuinità: dagli infiniti prosciutti appesi in gruppi ai formaggi posati ordinatamente sugli scaffali, o sul bancone. E non mancano dei grandi trofei di caccia: alle pareti infatti sono appese delle teste di cinghiale e le corna di un cervo. Ci facciamo preparare dei panini per poi partire alla volta di Frontignano, lungo la strada ci vuole ben poco per capire che Norcia non è l'unica martoriata dal terremoto, non è la sola a fare fatica a riprendersi malgrado gli anni passati dal disastro. Arriviamo a Frontignano, o meglio, parcheggiamo prima del paese, nell'ampio tornante dove ci sono già varie altre auto. Zaini in spalla e scarponi ai piedi ed è ora di incamminarsi lungo la strada sterrata dove gli alberi ci permettono di godere ancora un po' del fresco malgrado il sole che infine è sorto sulla sua vasta tela che oggi si supera in limpidità. Seguiamo il primo tratto che ci porta alla partenza di una vecchia seggiovia, immobile e trasandata, sembra un animale che finga la morte per sopravvivere, eppure è chiaro che è parecchio tempo che i motori non vengono messi in funzione, infatti aldilà dell'età che dimostrano chiaramente i sedili e le pareti della costruzione, tra le piastrelle a terra cresce in abbondanza l'erba. Accanto alla seggiovia parte un sentiero immerso nel verde, lo imbocchiamo per uscirne in breve e iniziare la ripida salita assai larga che procede senza curve fin dove giunge lo sguardo e forse, cosa ancor peggiore, pare una via con un dislivello uguale e continuo. Di buona lena, col capo coperto dato che il sole si fa alquanto dispettoso, percorriamo la salita tinta a strisce di ghiaia mista ad erba. Un passo lento lo impone il dislivello stesso ma, malgrado sfianchi una salita di questo genere, guadagnamo quota molto rapidamente.

La parte finale della ripida salita
Lasciamo l'enorme strada che sfocia in un sentiero che ci conduce in cima a un colletto, numerosi impianti di risalita dormono profondamente di un sonno d'abbandono. Più avanti, su un piccolo piano, svetta una statua bianca del Redentore, con le braccia alzate a benedire la valle. Un escursionista si presta da guida turistica per rispondere alle nostre numerose domande riguardo la zona e la nostra meta in particolare.

La statua del Redentore
Lo salutiamo per imboccare la stradicciola sterrata che come un tratto d'evidenziatore, sottolinea in bianco questo lato del monte. È infatti bianca la ghiaia della comoda via che seguiamo, la quale si sviluppa in falso piano e ci dà un gran sollievo rispetto alla rampa iniziale, la quota la rende comunque molto gradevole e panoramica. Il vento sibila forte e asciuga il sudore prima che goccioli copiosamente. Percorriamo questa stradina fino ad una finestra tra le rocce, dopo cui la via si lancia repentinamente verso destra, al riparo di una salda parete naturale che si presta da scaccia vento. Appena l'ululante aria cessa, ci rendiamo conto che il sole scotta e ci mette poco prima di iniziare a farci sudare. Proseguiamo mentre la via si china per procedere in lieve discesa. A tratti ci abbracciano dei gruppi di alberi che ci proteggono dal sole che ormai, se non fosse per la forte corrente fresca che è ripresa a circolare, ci renderebbe molto più accaldati. Il vento mi porta un rapido suono di campanaccio che ci dà certo il benvenuto, ricalchiamo l'ampia curva che segue la forma della montagna e ci porta sul lato opposto della valle. Gli alberi se ne sono andati lasciando vari metri di allegra prateria, parecchio più in alto, si vedono pascolare dei cavalli, minuscoli come i puntini di Georges Seurat. Voltandoci non possiamo che ammirare la meravigliosa conca di detriti, sopra cui svettano maestose pareti rocciose. Il prato che si allunga dai nostri piedi alla cresta lontana, è d'un verde cangiante, spesso pare quasi fluorescente; procediamo quindi a zigzag tra buse odorose e abbondanti feci di cavallo, a questa quota devono vivere da pascià! Attraversiamo in discesa un breve bosco per poi iniziare a salire il lungo tratto di sentiero che ci porterà alla Croce, il quale impenna per celia. Stiamo al gioco e con passo costante iniziamo a buttarci alle spalle metri e dislivello, sulla ghiaia che si è riversata sulla via. Superato un tratto di semplici rocce, continuiamo a salire per pestare in breve nuovamente l'erba. E oltre ancora, mentre c'è da chiedersi cosa mi manca per arrivare in cima... Nulla, allora avanti! Superiamo un paio di colletti per poi sbucare in cresta, dove il panorama ci accoglie a due passi dallo strapiombo, abbiamo infatti la vista sulla valle opposta. Riprendiamo il cammino che torna a serpeggiare tra le rocce bianche e, superando un paio di tratti un poco esposti, giungiamo in vista della Croce. E dire che pareva ancora molto lontana. Per gli ultimi metri è lo stupore del panorama a guidare le mie gambe. La Croce è posta qualche metro più in basso della cima, quando ne abbiamo la vista completa ne udiamo il fragore. O meglio, il vorticoso inno che canta il vento lanciandosi a gran velocità in mezzo all'enorme croce di ferro, sorretta dai tiranti d'acciaio, un suono irregolare che si innalza infinito e melodioso. Sostiamo per riprendere fiato e fare svariate foto.

La Croce
Lasciamo la vetta per tornare al bivio e prendere il sentiero che ci riporta a salire verso la cresta, questo non ci richiede la stessa energia della rampa iniziale e restiamo accompagnati dal vento, così risulta una camminata poco faticosa. Ripercorriamo la valle, seguendo una traccia quasi parallela al sentiero d'andata, questa però è appena sotto la cresta e ci dà un panorama immenso, una veduta diversa della conca di detriti nonché del prato sottostante. Stiamo insomma percorrendo un lunghissimo balcone naturale. Sotto la cima del monte Bove nord, scartiamo la salita alla vetta per continuare il cammino. In lontananza, nel prato sovrastante la valle si vede un'antica teleferica, pure da qui s'indovina il sentiero che si inerpica nell'erba per raggiungere la costruzione. Nel fragore del vento seguiamo il bel sentiero in falso piano che si mantiene panoramico. Una ripida salita ci separa ora dalla vecchia teleferica, la percorriamo per trovare una casetta sopraelevata in stato di antico abbandono e una grossa casa sbarrata e cadente. Un gruppo di escursionisti ci saluta mentre si prepara al pranzo. E pure noi abbiamo appetito, così ci sistemiamo in un praticello con vista sulle gole dell'infernaccio, mentre in lontananza una macchia rossa ci suggerisce essere la piana di Castelluccio, coi suoi papaveri in fiore. Dopo pranzo riprendiamo il cammino lungo il sentiero di saliscendi accompagnati dal vento che è risultato molesto solo nei tratti di cresta, per il resto era largamente benvenuto. Saliamo sulla cima del monte Bove Sud per poi continuare a scendere. Quando la vista si apre sull'impressionante conca sotto di noi, vediamo i cavi della teleferica restare sospesi da parte a parte, il che è alquanto impressionante.

Una delle splendide fioriture di Astro Alpino
Evitiamo di salire sul monte Bicco, dato il forte vento che sul tratto di cresta ci sembra pericoloso, anche se c'è chi decide di togliersi lo sfizio. Scendiamo alle seggiovie che come gli altri impianti di risalita sono in disuso, una vecchia insegna dice "ristoro" anche se ormai lo sarà solo per gli animali selvatici. Più in alto, nell'ampio prato, ci sono vari cavalli al pascolo, scorgiamo anche un bel puledro marrone chiaro. Vediamo la statua chiara del Redentore che raggiungiamo in breve e di qui quasi a precipizio lungo la ripidissima discesa fatta a ritroso all'andata, evito il fiume di ghiaia preferendo i saldi gradini sorretti dall'erba. Giunti al parcheggio non possiamo che lanciarci verso la fontana che al momento è il miglior ristoro, ci dissetiamo e rinfreschiamo, cercando di capire il perché di certi accenti e modi di dire di noi liguri. Il che ovviamente resterà per lo più un mistero.
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