Addio monti
Paese adagiato tra gli alberi
dove cantano una lode i passeri
che splendi d'una luce serale
e ti appisoli sul suon fluviale.
Saviore, te ne torni nell'ombra
ché una coltre di nuvole aspra
ti toglie l'ultimo respiro di sole.
Accanto al fiume matureranno le more
e i lamponi appassiranno
e le ortiche come sempre pungeranno,
ma le baite assonnate mi vedranno partire
e forse solo la lavanda mi potrà lenire.
Nel fresco dell'alba e del tramonto,
nell'amarezza del tarassaco appena colto,
nelle note armoniose dei campanacci
forse i ricordi saranno solo stracci
e in una confusione d'infanzia,
gioventù e sogni, dove la mente spazia,
mi lascerò cullare come dal fiume.
Pensando alle sere accese dal lume
che in tenera fiamma di candela
cacciava ciò che la notte cela,
certo sorriderò, forse con malinconia.
Non ne farò una mania,
mi abituerò alla distanza dal granito
che da il passo sicuro tanto ardito
e mi lascia correre anche in mezzo all'acqua
dove con potenza il fiume lo sciacqua.
Da lontano si distinguono le betulle,
le nuvole coprono le cime, le rendono nulle,
ma solo guardare verso la Rasega
la mente a un'immagine si lega
e mi riporta in Valle Adamè,
dove di malavoglia giunsi da me.
E là, in un giorno di sole, su un sasso
che pareva liscio e comodo, nel tenue chiasso
dovuto al fiume gorgogliante,
mi appisolai d'un sonno ristorante.
L'odore di paglia satura l'aria
come ogni estate cara,
i larici sono ancora riparo per le formiche
che ergono le loro case antiche.
Vibra la sera e Cevo è celato,
su di lui il sipario degli alberi è calato
ma la Croce è di nuovo al suo posto
a sorvegliare la valle: è compito certo tosto.
Qualcuno coglierà i mirtilli selvatici
e saranno forse bimbi enfatici;
in un trillo di foglie
la valle un saluto mi volge,
tra le piccole bacche blu
che colgono i valligiani in gioventù,
ho gustato il sapore della libertà
e ne ho vista l'ambiguità
di silenzio e lontananza
e solitudine, all'apparenza.
Dove fiorisce la neve
e la roccia di passato è greve,
lascio quel pezzo di me d'un tempo
che a cambiare è stato lento
e non gioiva nella fatica
né aveva una cima ambita.
Al sol nascente, visto dal giardino,
resterà un pensiero mattutino
e la mia sete di roccia
che scorre sul fido granito come una goccia.
E alla tremante camomilla
lascio una mattina tranquilla
in cui s'è vista in vaso
ornare, quasi per caso,
un giorno di festa.
E resterà all'acqua lesta
la mia voglia di scoperta,
di inoltrarmi tra le rocce anche se incerta.
Sui laghi di cristallo,
dove capita s'abbeveri un cavallo,
lascio il riflesso di un pensiero
e un antico sogno chiaro
giusto per aver la sicurezza
di non dissolvermi con immediatezza.
Tra i ghiacciai e le aspre cime
tesserò una tela di bellezza fine,
cucendo insieme ciò che gli occhi hanno visto
perché i ricordi son molti, non insisto.
Addio Pià de Deghen dai dolci suoni,
al pensarti la pace ridoni;
addio silenzio di grilli
e urlare di galli
e celestiale suon di campane
e pioggia che causa frane.
Addio a tutto questo,
ma si muta in "a presto",
o addirittura non serve saluto
per qualcosa che sempre in me è rimasto.
A domani cari monti,
che sui vostri aspri fianchi e tra le dolci fonti
resti ancora quel sapore di libertà
che imparai a conoscere in tenera età.

Commenti
Posta un commento