Bocchetta di Val Massa

 Luglio

Parcheggiamo appena superato il ponticello alla fine di Canè, ci avviamo lungo la larga mulattiera di granito, perlopiù. La salita piega in più curve e ci porta in breve al bivio dove un tavolino da picnic con tanto di tettoia se ne sta cheto tra l'erba bassa, lasciamo la larga via per imboccare la sterrata più sottile che si tuffa nel bosco. La strada si fa poi sentiero di dislivello non costante e per la maggior parte in ombra, la fatica non è quindi eccessiva. Quando i larici si ritirano un poco, come le tende che coprono un belvedere, ci lasciano contemplare le impressionanti e innumerevoli punte del gruppo dell'Adamello, il ghiacciaio del Presena e le varie altre chiazze di neve che restano ancora adagiate come perle a impreziosire la scura roccia. Col procedere le finestre sul belvedere si ampliano, come quando di un quadro non si ha che un particolare, ma col tempo si ha una visione più ampia. Salendo si nota sempre più la diga del rifugio Garibaldi, non ci torno da svariati anni, ma non ci vuole grande sforzo mentale per ricordare la fatica per raggiungerlo.

Panorami

 Il sentiero torna ad allargarsi e sbuca dal bosco dove splende il sole, che inizia ad essere assediato dalle nuvole ma continua a scintillare sul grandioso granito. Lasciamo definitivamente il bosco e in breve ci troviamo su una strada militare, sorretta a valle da muretti di pietra dalle tinte rosse, la stessa di cui è fatta quell'impressionante cima che ci sovrasta. Proseguiamo nella valle, affiancando varie antiche costruzioni risalenti alla Grande Guerra, sempre di pietra, in breve giungiamo in vista di un lungo trincerone che raggiungiamo sotto il sole che si fa sempre più da parte.

Sulla strada militare 

In vista della trincea

 La lunga trincea, forata dalle numerose feritoie e da un varco che permette il passaggio nella piccola valle oltre il muro, che serpeggia sul monte a sinistra e che si interrompe in una casetta sulla destra. Salgo alla baracca, per mezzo dei gradoni di granito che affiancano la trincea, probabilmente la casetta è stata restaurata dato che i muri son fatti di pietre di due diversi colori e sulla trave che sovrasta l'ingresso c'è scritto 2005. Il sentiero prosegue tra le rocce, ma ridiscendo per varcare il muro e trovarmi nell'altra piccola valle, nella cui conca riposa un po' di neve, guardiamo s. Apollonia e la strada tortuosa che porta al passo del Gavia e nel silenzio scosso solo dal vento e dalle nostre parole pare ancor più distante.

Sovrastando s. Apollonia 

 Il sole è vinto e il vento non ci molla che rientrando un po' nella valle, ci fermiamo sul prato per il pranzo ma in breve l'aria fredda ulula anche qui e ci spinge ad affrettarci. Ci avviamo per lo stesso sentiero, ci saluta il sole che finalmente è tornato e scendiamo fino ai ruderi delle baite Coleazzo e poi alla malga omonima, vicino a cui pascolano varie mucche che intonano coi campanacci una melodia. Continuiamo a scendere inoltrandoci di nuovo nel bosco di larici che crescono in mezzo all'erba folta e coi cui aghi le formiche costruiscono mastodontici ripari. 

Tra i larici

Arriviamo all'affollata Cortebona, una vecchia cascina accanto a un grosso forno per la calce, ci sono un paio d'altre baite, una adibita a ufficio informazioni, la maggior parte delle persone sono però sedute a riposarsi ai tavoli dell'area picnic. Ci riforniamo d'acqua per poi riprendere la discesa di nuovo sull'ampia mulattiera che ci riporta al bivio iniziale e infine a Canè, dove il quadro dentellato del granito è quasi del tutto scemato. 





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