Il Marguareis dei miei ricordi
Luglio
Torno a Carnino che è passato quasi un anno dall'ultima volta che sono stata qui, forse per questo confondo la frazione superiore con quella inferiore. Parcheggiamo così a Carnino inferiore, seguiamo la stradina erbosa che comincia dopo il ponticello per allungarsi parallela a quella asfaltata che conduce al parcheggio dai pochi posti. Il campanile della chiesetta di Carnino superiore fa capolino come sempre, innalzandosi più alto delle cascine di pietra, sempre infinitamente belle nella loro semplicità. Attraversiamo il paese che si presenta sempre uguale: qua e là poche case ristrutturate tra le altre decadute, col tetto crollato e prive di infissi. È sempre un po' triste vedere questa decadenza, frutto della fretta dell'uomo che ha gettato un angolo di paradiso in favore di che? E ora ricuperare queste magistrali opere d'arte non è certo facile. Guardo la fontana, dove l'anno scorso ho aspettato chi si riforniva d'acqua, non posso che sorridere. Superiamo le restanti casette per poi arrivare al ponticello sul fiume, la cascata ci getta una ventilata d'aria fresca. Le nuvole tengono il sole imbavagliato, il che non ci permette di sudare in eccesso. Saliamo lungo il familiare sentiero che piega nelle sue curve, superiamo la fontana dei Giraudi che tossisce fuori dal suo tubo l'abbondante acqua, che arriva a sbalzi. Procediamo fino a Pian Ciucchea, al bivio per il passo delle Mastrelle non possono che tornarmi in mente molti ricordi. Guardando il sentiero che impenna e indovinando il passo, lassù tra la nebbia, ripenso al cioccolatino fondente che mi era caduto aprendo lo zaino, o ai consigli per l'acquisto di indumenti tecnici. Infatti, al tempo, il mio modo di andare in montagna mi vedeva indosso una maglietta di cotone e un paio di jeans. E se con la mente risalgo quel sentiero percorso quel giorno, non posso che ripensare a quel racconto che ora come allora mi fa sorridere: le suole degli scarponi staccati per metà, che facevano slap-slap, sulla croce di vetta. E tutto questo mi porta certo a pensare a che sole cocente regnasse quel giorno, nonché alla fatica per arrivare al passo. Tra i gigli di s. Giovanni continuiamo a seguire il sentiero che ci porta alle Selle di Carnino, qui le nuvole si diradano e ci lasciano sperare in una vetta assolata. Attraversando la piana veniamo circondati dagli acuti fischi delle marmotte che si allertano a vicenda, ci capita di avvistarne alcune mentre corrono a gambe levate nelle loro tane, o erette e con le zampe sull'addome intente ad aver cura dell'incolumità delle compagne. Ricordo, la prima volta che sono venuta qui, d'aver visto un camoscio fare uno spettacolino gratuito, arrampicandosi con grazia e naturalezza lungo il pendio roccioso. E che sorpresa avvistarne tre intenti a passeggiare e studiarci dall'alto del fianco ghiaioso della montagna, uno di loro, dopo un po' scende per attraversare il sentiero e sparire dalla nostra vista. Proseguiamo per rivederlo poco dopo, mentre si arrampica allo stesso modo del camoscio dello scorso anno e, anzi, si dilunga nella sua scenetta da modello mostrandosi contro luce in cima alla piccola parete rocciosa.
Proseguiamo per il restante sentiero di qui al rifugio Don Barbera, che adesso ha ristrutturato il bivacco, dandogli una nuova tinta di vernice e finalmente aprendone la porta ai clienti. Raggiungiamo il rifugio per poi proseguire mentre il sole sgomina di tanto in tanto le nuvole, per tornare il più delle volte al coperto. Seguiamo il sentiero che mi pare nuovo, dato che in salita non l'ho mai percorso, ma la vetta aspetta e il passo, per quanto divenga sempre più stanco, va verso la meta. Proseguiamo tra le piccole rocce che si fanno sempre più numerose, vincendo in massa sull'erba che si dirada, macchie di neve arrossita se ne stanno in certe piccole conche. Arrivati al bivio dove il cartello indica per il sentiero F. Sordella, mi rivedo nel mio guscio di stanchezza, sbucare qui dal colle dei Torinesi. Con alle spalle la mia prima meravigliosa ferrata, dopo il giardino delle stelle, che mi ha messo un po' alla prova. In quel giorno in cui il sole non ci mollava per nulla, quando avevo scaricato lo zaino dal peso dell'attrezzatura, ricordo di essere partita per il tratto attrezzato senza paura e di aver buttato a valle un po' della stanchezza. Facendo così il tratto alquanto velocemente. Ricordo poi le stelle alpine che impreziosivano il prato del colle dei Torinesi e il dispiacere nel rimettere l'attrezzatura nello zaino, rendendolo pesante come prima. Proseguo ora per lo stesso sentiero seguito allora, l'ultimo tratto che mostra appena la punta della Croce, mi ributta nel passato. Mi ritorna l'eco di un incitamento lontano, una voce che risuona nella mia mente e mi ripete: "coraggio, passo lento ma costante". In questo punto infatti, dove ora pure sono parecchio stanca, il passo mi era diventato di piombo e il respiro aveva deciso di farsi corto come lo stelo d'una stella alpina.

In arrivo alla Croce
Attorno alla vetta il panorama si allarga, non restano che pochi metri per rivedere lo spettacolo mozzafiato. La Croce è lì ferma, con le sue larghe braccia mi dà forse un 'bentornata', il vecchio rudere di pietra è sempre al suo posto ed è meglio di un giro di giostra guardarsi intorno da quassù.

La Croce di vetta
Perlopiù si stende ai nostri piedi un infinito tappeto di nuvole che copre i monti intorno a noi, ma lo sguardo si spinge più in là e scorge il Monviso svettare maestoso come sempre, tagliato alla base dalla spessa coltre bianca. E col Monviso tutta la sua catena di spessa roccia tinta di rada neve, e le cime si susseguono al disopra delle nuvole.

Il Monviso dalla cima
Mi avvicino alla Croce, e quando vedo la vecchia scatola di biscotti che so contenere il diario di vetta, mi vola alla mente un pensiero. Apro la scatola arrugginita e guardo le cartoline che contiene, poi prendo il diario privo di copertina per iniziare a cercare la mia calligrafia, vengo rincuorata da una firma risalente all'estate scorsa, e continuo a sfogliare le pagine. Quando mi fermo e leggo l'appunto scritto con la mia mente d'allora, con il mio modo di disegnare le parole del tempo, non posso che emozionarmi e sorridere anche se forse sembro ridicola. Ma che importa? Ci siamo solo noi e il vento quassù, e sebbene molto sia cambiato dallo scorso anno, mi è bastato camminare per ritrovare i miei ricordi. Il diario fa riecheggiare la mia stanchezza, alla base dell'immensa felicità dell'aver condiviso quelle ore di fatica con chi ha guadagnato la mia stima. Firmo sulla stessa pagina dove quel giorno ho lasciato un po' di spazio. Arrivano due escursionisti dalla via diretta, quando iniziamo a scendere per pranzare al bivio col sentiero Sordella. E poi di nuovo giù, al Don Barbera, dove ci aspetta la freddissima acqua della fontana, la stessa da cui avevo ascoltato "l'era del cinghiale bianco". E, mentre il sole è di nuovo del tutto scomparso, scendiamo ancora a Carnino, attraversando la nebbia che ci inghiotte alle Selle.

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