I conquistatori dell'inutile

 Settembre 

Lionel Terray definì gli alpinisti i conquistatori dell'inutile, la montagna a quell'epoca aveva un aspetto del tutto diverso, il timore che allontanava i più era forse pari alla passione che guidava quel manipolo di pensatori verticali. È questo che penso quando guardo i miei compagni d'alpinismo. Parcheggiamo davanti al bar di La Joux, frazione di La Thuile per iniziare a seguire i segnali per il rifugio Deffeyes, il sentiero si inoltra subito nel bosco di sempreverdi, affianca il giardino di qualche baita e procede tra pietre e radici sporgenti. Il bosco si dirada un poco, ci fermiamo  a guardare la prima cascata del Rutor che in questo clima umido e nuvoloso sembra essere la regina della valle. Proseguiamo mentre gli alberi si fanno sempre più radi e la salita procede con costanza, piegando in numerosi tornanti. Prendiamo quota fino ad arrivare al cheto laghetto sottostante a una vecchia baita, qui pranziamo. L'ampia e piana valle occupata in parte dallo specchio d'acqua, come dice il cartello illustrativo, era un tempo un lago glaciale il quale si è ritirato di parecchi metri.

Il laghetto glaciale 

 Riprendiamo a salire, superiamo la baita e ricalchiamo altri tornanti che ci conducono tra piantine di mirtilli dalle foglie autunnali, i frutti sono più che maturi ma sempre gustosi. Finiti i tornanti perdiamo qualche metro di quota per scendere nella ventosa valle del rifugio, entriamo per essere accolti da un bel tepore. 

Il rifugio 

Ci riposiamo e ci organizziamo per fare una lezione nella piccola falesia dietro il rifugio, fuori tira un'aria gelida ma quando le nuvole si diradano un poco, si scorge un fazzoletto di ghiacciaio e i due affilati denti delle vedette che spiccano scuri su quel candido biancore. Simuliamo un paranco e ci alleniamo a risalire la corda in caso di caduta in crepaccio. 

Vista sul ghiacciaio 

Rientriamo al rifugio dove ceniamo e ci riscaldiamo. I letti a castello accolgono poi sogni e stanchezze.


Iniziamo a prepararci che l'alba non si fa neanche percepire, facciamo colazione per poi uscire nella nebbia che ha vinto freddo e vento. I frontalini stentano a illuminare il terreno, ma prima della partenza si ritira un po' di nebbia, lasciando uno spiraglio sul monte di fronte. Iniziamo a seguire il sentiero che prosegue a mezza costa per un bel tratto; le luci dell'alba iniziano a splendere, spegniamo i frontalini e camminiamo su un terreno che si fa sempre più roccioso. Superiamo qualche facile passaggio su roccia, mentre ai nostri piedi si distendono vari laghi glaciali. Nel mezzo della nebbia passiamo su una gobba detritica e scorgiamo laggiù una parte di ghiacciaio annerito.

Sovrastando il ghiacciaio 

Ci attrezziamo per superare un traverso dotato di catene, oltrepassiamo la gonfia parete che ingombra il sentiero in parte franato. Siamo così alle porte del ghiacciaio, mettiamo i ramponi, ci leghiamo in cordate e iniziamo a salire. Cerchiamo sempre quelle macchie marroncine o grigie che segnano la presenza di ghiaccio, evitando il più possibile quel bianco perfetto che facilmente nasconde un'insidia. I denti dei ramponi mordono la neve compattissima e procediamo di buon passo in mezzo alla nebbia che si fonde col ghiacciaio e ci cala in un candore quasi totale. Due nodi a palla appesantiscono la corda che striscia sulla neve tra me e il mio compagno di cordata. Un'enorme piana candida si estende sotto il nostro sguardo, la traversiamo in una nebbia che inizia a dirdarsi e ci concede maggior visuale sul ghiacciaio e sulle cime che ci circondano. Dove la neve è più lucida il passo è più sicuro, superiamo il tratto pianeggiante per arrivare ai piedi di una ripida salita, la affrontiamo a zigzag. Facciamo una pausa e ci rendiamo conto di essere quasi al di sopra della nebbia, si scorge laggiù il dente del gigante e l'imponente massiccio del Bianco la cui cima rimane soggiogata da una nuvola.

Sul ghiacciaio 

 Proseguiamo, mentre apro una traccia su questo ghiaccio liscio e senza impronte mi risuona in mente la definizione di Lionel Terray. Ci spostiamo sulla destra, nel sole che finalmente qui splende, seguiamo delle tracce semi cancellate che si allungano a perdita d'occhio e si dividono in due rami sotto il colle dov'è situato il bivacco. La neve si fa fresca, affondiamo di cinque centimetri buoni e la fatica si fa sentire sempre più. Traversiamo la ripidissima salita che si allunga per vari metri sopra e sotto di noi, è logorante muovere un passo dopo l'altro, in una neve farinosa che si deposita un poco sopra gli scarponi per cadere in breve. Mi capita di barcollare ma reagisco e seguo la cordata delle guide che ci precedono e lasciano evidenti tracce. Il respiro si fa pesante ma arriviamo sotto il colletto del bivacco il quale, sopraelevato, domina nella sua piccolezza il ghiacciaio con un'ampia vetrata che dà sul monte Bianco. Sporgono delle rocce tinte di neve, le percorriamo nello stridio dei ramponi, per salire al colletto. Qui la vista si allunga sulle cime che hanno visto la storia dell'alpinismo: si vede con una tinta di foschia il grandioso Cervino, l'Emilius, la Grivola, il Piccolo e Gran Paradiso e alle nostre spalle il Bianco che ha mostrato un poco la sua cima e il dente del gigante. 

Grivola e Gran Paradiso 

Ci sediamo sulle rocce e pranziamo mentre il sole scalda l'aria sottile, qualche passo oltre il bivacco iniziano le rocce della testa del Rutor, rinunciamo alla sua cima data l'ora che inizia a farsi tarda. Sbirciamo l'interno del bivacco per poi legarci di nuovo in cordate e iniziare la discesa, ancora sulle nostre tracce, nella neve fresca. Una volta nella piana ci spostiamo più a sinistra, così da procedere il più possibile su ghiacciaio, evitando le rocce dell'andata. Finita l'ampia piana, iniziamo a scendere, mentre le guide tracciano una via sicura e ci avvertono dei crepacci. Spesso ci troviamo a saltare piccoli buchi e sfiorare profonde crepe senza fine visibile, dove il ghiaccio si tinge di un azzurro senza tempo, che si adombra sempre più col crescere della profondità. È forse una partita a scacchi, questa, e se noi siamo delle formiche nella nostra minuscola essenza, è il ghiacciaio nel suo biancore a muovere la prima mossa. Traversiamo con cautela un ponticello su un ampio crepaccio, teniamo la corda tesa per prevenire i danni in caso di caduta. Il saldo ghiaccio che funge da connettore tra un lato e l'altro del crepaccio ci permette una visuale sulle scure profondità del ghiacciaio. Proseguendo verso il basso ci troviamo davanti il netto balzo che il ghiacciaio disegna, traversiamo su qualche roccia per sperare che dall'altro lato la discesa sia meno ripida. Così è, accediamo di nuovo al ghiacciaio e ci spostiamo un altro po' a sinistra. Continuiamo a scendere nel labirinto ricco di insidie; una crepa taglia di netto la via, ci troviamo su un gradino e la neve che copre l'oscurità sotto di noi da una sicurezza fittizia, è infatti solo un lieve manto che cela una profondità senza misura. La possibilità è sedersi e lanciarsi avanti o fare un salto deciso, metto le mani sulla neve, mi spingo avanti e poso un piede dall'altro lato del crepaccio, mi do un'ulteriore spinta e sono fuori pericolo. Man mano che si supera il gradino, ci facciamo più in là per lasciare spazio alle altre cordate. Il ghiaccio si fa più scuro, coperto da una fine polvere nera che ne favorisce il discioglimento; sotto i nostri piedi infuriano fiumi di acque glaciali e passiamo più volte accanto a pozzette piene di liquido azzurrognolo e bollicine, sono indicibilmente profonde. I ramponi mordono un ghiaccio sempre più duro e scuro, iniziamo a scendere il ripido pendio che precede l'inizio del terreno pietroso che circonda il laghetto. 

Sulla parte terminale del ghiacciaio 

Un boato rompe il semi silenzio, un susseguirsi di tonfi riempie la valle: mi volto al primo rumore per vedere un enorme pezzo di ghiacciaio cadere in frantumi che si rincorrono sulla roccia e cadono inerti, lasciando altro terreno asciutto scoperto. Non incontriamo più crepacci ma al confine tra ghiaccio e terra, ci troviamo sotto i piedi un sottile strato, più a destra si è creato un ponte mentre intorno a noi dei buchi ci rendono coscienti dello spessore su cui stiamo camminando.

Cordata sul ponte di ghiaccio 

 Scegliamo la via migliore per trovarci fuori dal ghiacciaio. Una cordata decide di scavalcare il ponte, dato il suo spessore. Ci prendiamo una pausa ai piedi del ghiacciaio per poi costeggiare il laghetto e avviarci verso il rifugio tra l'erba e gli arbusti. Superiamo qualche piccolo specchio d'acqua e ci ritroviamo sul sentiero dell'andata. Al rifugio, nel locale invernale dove abbiamo lasciato il superfluo, ci aspetta la crostata ai mirtilli, lasciata per noi dal gestore che è sceso a valle. Ci riposiamo un poco per poi partire sotto una fine pioggia che ci accompagna per un buon tratto e inumidisce particolarmente le rocce del sentiero rendendole insidiose. Inizia a imbrunire ma ha smesso di piovere, allungo il passo pregustando l'arrivo al parcheggio, si fa buio ma la luce è ancora sufficiente per non usare il frontalino. Supero il bosco dalle radici sporgenti, affianco i prati delle baite e raggiungo le auto nel fresco serale illuminato dalla calda luce dei lampioni.



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