Remondino basecamp

 Settembre 

Giorno 1

Uia sud-ovest di Nasta

Nel cuore della valle Gesso il sole impiega parecchio tempo a comparire, quando arriviamo al parcheggio infatti tira una brezza gelida e solo in alto la roccia è indorata dai caldi raggi. Ci carichiamo degli zaini per avviarci sulla sterrata che si trasforma in sentiero, il quale procede serpeggiante tra comodi gradini di roccia e rada erba. Il carico sulle spalle non è mero ma ci facciamo forza scorgendo di tanto in tanto il rifugio Remondino che spunta appollaiato sul suo masso. Di buona lena raggiungiamo la gradinata di pietre che conduce all'ingresso del rifugio, ci scarichiamo gli zaini del superfluo, ci rifocilliamo d'acqua alla gelida fontana coperta in parte da uno spesso strato di ghiaccio. 

L'argentera dal Remondino 

Riprendiamo il cammino, la cima di Nasta con le sue due guglie inferiori ci sovrasta maestosamente, seguiamo il sentiero che conduce nella sua direzione. Superiamo la pietraia e risaliamo il tratto detritico che consente poca presa, ci arrampichiamo tra le roccette in mezzo a cui scorre un filo d'acqua che in certi tratti d'ombra si trasforma in spesso ghiaccio o verglas. Al colletto seguiamo il nostro sentiero e in breve sovrastiamo il lago di Nasta dalla splendida forma a champignon e dal cangiante color blu crepuscolo. 

Lago di Nasta 

Più in là si scorgono lontani monti meno aspri, si vede ben definito l'orizzonte e la costa azzurra. Ci assicuriamo in conserva per iniziare il tratto un po' più impegnativo, pian piano impariamo a migliorare nel tenere in sicura il compagno di cordata. Brevi e semplici scalate ci portano a prendere quota. Dopo poco ci troviamo ai piedi di un canalino, chiuso e ombroso, assicurati dalla cima di questo saliamo a turno. Dopo pochi metri dal punto tranquillo il canalino da un'unica miglior possibilità: scavalcare una gobba della roccia in orizzontale, le prese scarseggiano e gli appoggi sono distanti tra loro. Dopo un po', aiutata dalla corda tesissima che mi solleva un poco, supero il passaggio e proseguo per il resto del canalino che risulta più semplice. Sbuco in cima, dove varie grandi rocce fanno da vetta, mi sistemo per permettere ai compagni di salire. Essendo una terrazza alquanto piccola, gli ultimi vanno direttamente sull'altra punta dell'uia sud-ovest della Nasta. Saliti tutti, con l'aiuto della corda fissa, traversiamo in orizzontale fino all'altra punta da dove inizieremo la discesa. Dopo poco iniziamo a farci calare fino ad un tratto più tranquillo, con una seconda calata perdiamo ulteriore quota. Con più semplicità scendiamo di nuovo alla pietraia e di lì al rifugio che ci aspetta con un tramonto pittoresco e una cena ristoratrice. 

Tramonto dalla terrazza del rifugio 

Nella camerata invernale ci prepariamo per la notte. Discutiamo in sala lettura di come è andata la giornata e cosa ci aspetta domani. Il sacco a pelo accoglie poi le mie stanchezze.


Giorno 2

Madre di Dio 

La sveglia suona alle cinque, ma non so cosa sia a svegliarmi, se una suoneria che non conosco o il quasi silenzioso movimento di chi si prepara. Mi alzo ancora mezza addormentata per preparare lo zaino e scendere a fare colazione. Lasciamo il superfluo ma ci carichiamo dei ramponi che potrebbero essere utili, per poi uscire nel fresco dell'ora che precede il crepuscolo. 


La Nasta nella prima fioca luce

Il frontalino, nonostante le mie insistenti ricerche ha voluto starsene in fondo alla tasca dello zaino per non farsi trovare che a gita finita. Così attraverso la pietraia illuminata dai lumi altrui. Il cielo si schiarisce a poco a poco e in breve il sole tinge le cime a ovest. L'immensa pietraia è tagliata dal sentiero segnato qua e là da tratti di vernice rossa o da qualche ometto. Arriviamo ai piedi di un ampio canalone che si è trasformato in una cascata detritica che scorre ogni qualvolta la si voglia risalire. Prendere quota è alquanto faticoso e lento date le pietre instabili ma proseguiamo con qualche breve sosta per giungere al colletto dove in un balzo la solida roccia si tuffa nella conca sottostante. Lasciamo qui i ramponi e i bastoncini che sarebbero più che altro d'impiccio, ci leghiamo in cordate e facciamo il primo breve salto di roccia che ci porta sulla cengia che funge da sentiero. Sovrastiamo di qualche centinaio di metri la conca detritica dalle mastodontiche dimensioni, che ospita il minuscolo rifugio che pare sul punto di venire investito da una frana e rotolare a valle insieme alle infinite rocce. 

Sulla cengia-sentiero

Dopo la cengia ci aspetta qualche semplice arrampicata sempre panoramica, giungiamo così a tagliare il fianco del monte a mezza costa, continuiamo a prendere quota facendo sicura con un friend o usando gli anelli di cordino abbandonati lungo il percorso o, se necessario, a spalla. Continuiamo a salire fino alla base di un canalino facile da superare al termine del quale una roccia si presta da ultimo ostacolo prima del colletto. Scavalco la roccia e scendo un poco lungo la pietra liscia e inclinata, aspettiamo i compagni nel languido sole che mi porta in uno stato di serena tranquillità. Osserviamo la sequenza di rocce che ci sta di fronte, guardiamo quella paretina liscia, sovrastata da un piccolo tetto, studiamo la vena che la taglia a zigzag e la crepa che pare l'unica buona presa una volta lassù. Spingiamo lo sguardo oltre, in quel labirinto di incastri perfetti, là dove una roccia venosa offre una piccola cengia per procedere. Seguo ogni centimetro di questo possibile itinerario e più guardo quella roccia quasi liscia più mi inquieto e finisco a sperare di non dover salire da questa parte. Ma questa è la via, dunque a turno iniziamo a salire. Studio i movimenti di chi mi precede, assicurato dalla cima di questa via che l'occhio vede più complicata del cubo di Rubik. Mi avvicino ai piedi della via, supero le prime facili roccette e inizio a salire lungo la vena che serpeggia a destra, senza difficoltà arrivo sotto il tetto creato dalla pietra soprastante, mi reggo alla fessura, sposto il piede sinistro sull'esile venetta che scorre per circa un metro in orizzontale e mi isso giungendo in un tratto più tranquillo. Facendo attenzione alle pietre che si muovono arrivo alla roccia che offre una cengetta e buone prese, dopodiché restano solo pochi metri prima della cima di questa punta che precede la vetta. 

In vista della statuetta di cima

Di qui giungiamo alla base del canalino che sbucherà sulla cima, lo superiamo per arrivare ai piedi della statuetta bianca della Madre di Dio, da cui il nome. La vista spazia dal parcheggio dove eravamo ieri al Cervino e al gruppo del Rosa che si distinguono nel candido biancore, il leggero vento non infastidisce e l'aria così fine solleva lo sguardo dalla costa azzurra alla cima di Nasta. Aspettiamo i compagni per poi iniziare la discesa, che si distende tra rocce facili e rada erba, l'ampia cresta ci fa perdere quota, svoltiamo poi a sinistra per tagliare il monte a mezza costa e oltre. In un canalino detritico ci attrezziamo per la calata a corda doppia, cerchiamo di fare attenzione a non far rotolare massi che potrebbero essere dannosi per chi si è già calato. Scendiamo così in un grottone, frutto della caduta di enormi massi che si sono incastrati magistralmente, fa certo un'immensa impressione guardarli dato che sembrano in attesa del minimo pretesto per abbandonare il loro equilibrio e crollarci addosso. Nell'attesa dei compagni, all'ombra delle rocce inizia a farsi alquanto freddo ma non possiamo procedere con le calate dato che significherebbe tornare al centro del canalino mitragliato dai proiettili di roccia che cadono sotto i piedi di chi scende. Quando ormai non possono più caderci pietre addosso, scendiamo lungo la corda fissa che porta alla prossima calata. Ci assicuriamo con le longe alla sosta mentre scendono i primi. La singola corda che ci farà scendere di una decina di metri non ci nega una calata in autonomia dato che utilizziamo comunque la piastrina e ci sistemiamo a dovere il moschettone, in modo da frenare la discesa. Dopodiché ci aspetta un'ultima doppia di trenta metri per giungere finalmente poco sopra l'ampio canalone detritico di stamattina dove ci possiamo togliere l'imbrago. Siamo varie decine di metri più in basso del colletto dove abbiamo lasciato ramponi e bastoncini, due volontari devono così andare a recuperarli. Una volta tornati scendiamo lungo il canalone che si rivela alquanto complicato e mette a dura prova le ginocchia, dobbiamo lasciarci scivolare sui detriti e contare sulla salda roccia delle pareti che si innalzano sulla destra. Torniamo nella pietraia e di lì al rifugio, ci riforniamo d'acqua, recuperiamo gli oggetti lasciati qui per poi iniziare la discesa. Il tramonto ci sorprende che siamo ancora al rifugio e in breve si alza un vento freddo che non patiamo dato che ci dirigiamo verso il parcheggio a passo svelto. Il sole tinge la grandiosa cima di Nasta di un intenso color ambra e sembra lanciarci un tenero saluto. La luce si dirada sempre più e mi aspetto che da un momento all'altro si faccia buio completo, ma questo non avviene, restiamo invece in un timidissimo chiarore, appena sufficiente per non farci inciampare e permetterci di procedere senza frontalino. 

La Nasta dopo il tramonto 

Arriviamo al parcheggio, le ginocchia, i piedi, tutto in me chiede riposo ma volgo lo sguardo al cielo e osservo il prato tinto da una fioca luce argentea, dopo qualche ragionamento capisco che è la luna a illuminare l'erba e le cime. Mi viene in mente il Karakorum, descritto da Bonatti dopo la sua disumana notte all'addiaccio sul K2, diceva che c'era un che di surreale in quella vastità candida, forse addirittura spettrale. La fatica è stata del tutto ripagata e ce ne torniamo a casa felici.





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