Foglie al vento
Ottobre
Il familiare sentiero che serpeggia tra le piante di cisto e il timo, entrambi privi di fiori, è anche oggi piacevole da seguire dato che il sole splende senza scaldare in eccesso e le foglie iniziano a lasciare i rami. Come sempre rocca dell'Aia spunta per gradi e sorprende quando alzando lo sguardo tanto concentrato sul terreno la si vede ingigantita di colpo. Così arriviamo all'ombra della maestosa rocca, la aggiriamo a sinistra, dove del tenero muschio si stende come un tappeto ad attutire il nostro passo, e in breve sbuchiamo nuovamente al sole, dove iniziano i primi salti di roccia. Ci leghiamo in cordate e iniziamo la salita, semplice nel suo miscuglio di rocce che offrono molte prese e data comunque la scarsa altezza. Proseguiamo sull'ampia cresta facendoci sicura dove opportuno per arrivare alla base della prima parete impegnativa, un'ampia crepa taglia in verticale il lato sinistro dotato di prese e appoggi ma non dei più comodi, e la parte destra priva quasi di buoni appigli. Osservo e da lontano preferisco il lato destro, che vedo più spigoloso e apparentemente più ricco di prese; avvicinandomi devo ammettere che l'occhio è assai capzioso, infatti la via immaginaria che avevo disegnato sulla roccia nera non è considerabile ora che guardo da vicino. Osservo i movimenti di chi sale, scruto le deformazioni della roccia, quando è il mio turno, inizio a provare le prese.

L'attacco iniziale
Mi avvio usando le vene che sporgono e sono sufficienti per la mia progressione, a poca distanza dalla fine della crepa mi tengo agli spuntoni, mi isso e sono in cima. Pochi passi e raggiungo uno stretto passaggio tra due rocce, e sono su una piccola cengia che in breve lascia il passo alla parete nella sua varietà, arrampico fino ad un piccolo terrazzo dove il ceppo di un vecchio albero secco occupa la metà dello spazio. Mi assicuro al chiodo, mi faccio dare una lezione accelerata di assicurazione del compagno per poi iniziare a tirare la corda frenata dalla piastrina, la quale è agganciata al chiodo infisso nella roccia. La mia compagna di cordata mi raggiunge, si assicura al chiodo. Sganciata la longe che mi tratteneva al chiodo, riprendo ad arrampicare lungo il breve tratto che mi porta su un comodo terrazzino erboso. Di qui non ci resta che fare un lieve traverso per poi salire verso la cima, facile, certo, se non fosse che la via va un po' a perdersi. Infatti aldilà della chiodatura che offre vari metri di distanza tra un punto d'assicurazione e l'altro, alcuni chiodi nella loro veste arrugginita dimostrano qualche anno d'età. Così seguiamo la via Porro, con l'aggiunta di qualche friend. Quand'è il mio turno mi avvicino al bordo del terrazzino, poso il piede su un fido gradino alla base della via, mi giro per dare la faccia alla roccia e sono su una piccola cengia, tolgo la mia corda dal primo rinvio. Proseguo di qualche passo in arrampicata ma devo descalare un poco dato che ho dimenticato di passare nel rinvio la corda della mia compagna. Recupero i centimetri persi e continuo a salire, soppesando più del solito i miei passi, ad un punto della salita mi volto a guardare la distanza che mi separa dal terreno, ho un lieve capogiro ma torno ad arrampicare e in breve sono in cima alla parete. Mi assicuro con la longe e mi siedo sul comodo terrazzo appena raggiunto, ho tempo di buttare l'occhio sul porto di Loano, sul Ravinet, sullo scoglio del Butto, sulla costa di Genova che si scorge in mezzo alla foschia e al profilo della Corsica che fa capolino da un mare blu intenso. Noto che qui, come nell'Argentera la quarzite mi liscia un poco i polpastrelli. Di qui non ci resta che qualche facile salto di roccia e la cima è raggiunta.
Pranziamo mentre le nuvole si sono affollate davanti al sole e ci privano dei suoi raggi che splendono vivi sulla costa. Ci rimettiamo gli zaini in spalla e iniziamo la discesa, pochi metri ci distanziano dal chiodo su cui ci attrezziamo la doppia. Al mio turno, applico quanto imparato e inizio la discesa con al posto del peso dei miei pensieri una fantastica leggerezza, quasi folle. Mi prende sempre una viva emozione nel calarmi a corda doppia, del resto è stata la base delle ritirate quando il Bianco diventava troppo ostile, nella storia dell'alpinismo, certo è cambiata molto da quegli anni ma mi riecheggiano in mente quegli episodi che videro vincitori o vinti gli alpinisti.

Calata in doppia dalla cima
Arrivo alla base, stendiamo una corda fissa per mettere in sicurezza il traverso finale, passo per ultima recuperando i friend e in breve siamo sul sentiero.


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